L'UOMO CHE CADDE

DALLA CATTEDRALE

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“Io non amo la sofferenza

ma essere uomo significa

rischiare ogni istante di affogare

dentro i propri limiti.

Come si può essere uomini

senza avere paura dei propri limiti?

Senza sentire il desiderio, il piacere,

senza godere della libertà di capirli e di andare oltre?

Bisogna imparare ad avere pazienza

il mare insegna ad avere pazienza,

come quando si impara a pescare.

Ecco: pescare i sogni della mia anima

nei colori mi tiene in vita

esattamente come mi uccide.

Eppure io non

voglio

morire se la morte significa fine

se la solitudine significa morte

e fine.

Ridicolo.”

 NOTE DI  DRAMMATURGIA

  Ho conosciuto Ernest Verner nel 2015 dal racconto entusiasta di Annalucia Leccese, la presidente e fondatrice dell’Associazione culturale Amici di Ernest Verner. Non è stato facile ripercorrere l’itinerario anche interiore che dal San Gallo (Svizzera) ha portato Verner in Puglia. Con estrema cura, mi sono permessa di attraversare le intime sofferenze, le delusioni profonde che hanno provato l’animo di quest’uomo leggendo i suoi diari.

  Quella calligrafia elegante e stretta come un uscio appena accostato mi ha raccontato molto, ma non tutto. Nessuno può davvero credere di potere raccontare un uomo: l’umanità è estremamente complessa e non si esaurisce certo in un dettaglio biografico. La biografia non spiega mai le tensioni intellettuali fino in fondo e in modo coerente. Così ho scelto di lasciare sulla scena Verner con la sua umanità, ma distillando in versi il suo modo di vedere il mondo senza fare del dato biografico una condanna o una assoluzione: semplicemente, questa non è una drammaturgia narrativa, né giudicante.

  Certo, Verner in scena si racconta fino all’ultimo passo malfermo, la caduta dalla Cattedrale, un’ultima caduta non solo simbolica perché attraverso un punto di vista interno alla struttura architettonica in sfacelo, ha veramente dipinto una Cattedrale che si disgrega. Però queste sono solo tappe di un viaggio che si configura nella sua universalità perché è il viaggio di un intellettuale che affronta un Novecento piagato e piegato che lo ferisce ma non lo spezza. 

  Con la memoria del cuore tesa verso Il sogno di un uomo ridicolo e il Brecht poeta, con lo sguardo smarrito nelle contraddizioni di questo artista, ho scoperto che nella vita di Verner è stato centrale il rapporto scardinante con le donne e il femminile: questo rapporto ha portato ad una dimensione metafisica.

  Non è un caso quindi che a dargli voce e corpo sia stata prima Federica Fracassi, attrice meravigliosamente sensibile e visionaria, e ora Laura Piazza che con la sua eleganza e con la sua forza rende materico l’impalpabile sussulto di un uomo ferito che non smette di dipingere e di vivere, a modo suo, le contraddizioni sociali e anche politiche del suo tempo.

  Ernest Verner ha in sé un mistero, come tutti gli artisti che cercano oltre se stessi una risposta: per questo può tornare attraverso il mistero che è il Teatro.

Irene Gianeselli

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NOTE DI ATTRICE

  Il monologo di Irene Gianeselli su Ernest Verner è un atto di riconoscenza nei confronti di un talento puro e di uno spirito indomito ma è anche più di questo.

  L’Ernest Verner di Irene Gianeselli si interroga, con slanci titanici, sul senso del suo esistere che riconduce inesorabilmente al gesto sempre incompleto, sempre inappagato, sempre provvisorio e, infine, impotente della creazione.

 

  Lui che non si era mai guardato in uno specchio è costretto a cercarsi e, talvolta a fatica, a riconoscersi nella propria arte.

  Così noi, che ogni volta, nell’atto teatrale, tentiamo come Verner una invincibile scalata, con negli occhi gli slanci aerei delle cattedrali gotiche e la certezza di portare la nostra zoppìa come un segno di elezione e di condanna.

Laura Piazza