L'UOMO CHE CADDE

DALLA CATTEDRALE

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“Io non amo la sofferenza

ma essere uomo significa

rischiare ogni istante di affogare

dentro i propri limiti.

Come si può essere uomini

senza avere paura dei propri limiti?

Senza sentire il desiderio, il piacere,

senza godere della libertà di capirli e di andare oltre?

Bisogna imparare ad avere pazienza

il mare insegna ad avere pazienza,

come quando si impara a pescare.

Ecco: pescare i sogni della mia anima

nei colori mi tiene in vita

esattamente come mi uccide.

Eppure io non

voglio

morire se la morte significa fine

se la solitudine significa morte

e fine.

Ridicolo.”

 NOTE DI  DRAMMATURGIA

Ernest Verner nasce in Moravia nel 1918 e muore in Puglia nel 1997. Potrebbe essere stato scaraventato fuori da un romanzo di Kafka, perché vaga per l’Europa del Novecento ed è sempre lo straniero non voluto o visto con sospetto, e ricorda molto Antonio Ligabue: condivide con lui lo statuto di immigrato e spesso di emarginato nonostante sia ritenuto affascinante e venga spesso accolto affetto.

Non è stato facile ripercorrere l’itinerario, anche interiore, che dall’Austria alla Svizzera fino alla Grecia, passando per Parigi e per Firenze, ha portato Verner in Puglia.

Leggendo i suoi diari e traducendo dal tedesco alcuni pensieri, poche frasi che mi sembravano tratteggiare meglio di altre il suo modo di vedere il mondo, ho attraversato le sue più intime sofferenze, le delusioni profonde, i lutti e le separazioni, il fallimento artistico nonostante l’indubbio talento. La sua calligrafia elegante e stretta come un uscio appena accostato mi ha raccontato molto, ma non tutto. Nessuno può davvero credere di avere la forza di raccontare un uomo: l’umanità di Verner è estremamente complessa e non si esaurisce certo in un dettaglio biografico. La biografia non spiega mai le tensioni intellettuali fino in fondo e in modo coerente. Così ho scelto di lasciare sulla scena Verner con la sua umanità, ma distillando in versi il suo modo di fare i conti con un episodio in particolare della sua vita che risulta essere una sua ossessione: una sera a Parigi, rientrando a casa, inciampò nel cadavere di una giovane. Denunciò la cosa, ma venne accusato ingiustamente di omicidio.

Il mio Verner in scena si racconta seguendo il filo slabbrato dei suoi pensieri, si racconta fino all’ultimo passo malfermo, la caduta dalla Cattedrale. Si tratta dell’ultima caduta e non è solo simbolica: “Il crollo della Cattedrale” è del 1970 (circa). L’olio su tela raffigura probabilmente Notre Dame che si disgrega attraverso un punto di vista interno alla struttura architettonica in sfacelo e forse questa è l’opera che meglio rappresenta il suo immaginario.

Con la memoria del cuore tesa verso Il sogno di un uomo ridicolo e il Brecht poeta, con lo sguardo smarrito nelle contraddizioni di questo artista, ho scoperto che nella vita di Verner è stato in ogni caso centrale il rapporto scardinante con le donne e il femminile: questo rapporto ha portato ad un dialogo metafisico con l’altro sesso e gli ha fatto adottare una leonessa di pochi mesi che era stata abbandonata su una barca accanto al suo battello, il Kerylos. Solo per questa leonessa Verner lascia il mare e torna sulla terra ferma. 

 

Non è un caso quindi che a dargli voce e corpo sia stata prima Federica Fracassi, attrice meravigliosamente sensibile e visionaria, e ora Laura Piazza che con la sua eleganza e con la sua forza rende materico l’impalpabile sussulto di un uomo ferito che non smette di dipingere e di vivere, a modo suo, le contraddizioni sociali e anche politiche del suo tempo.

  Ernest Verner ha in sé un mistero, come tutti gli artisti che cercano oltre se stessi una risposta: per questo può tornare attraverso il mistero che è il Teatro.

Irene Gianeselli

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NOTE DI ATTRICE

  Il monologo di Irene Gianeselli su Ernest Verner è un atto di riconoscenza nei confronti di un talento puro e di uno spirito indomito ma è anche più di questo.

  L’Ernest Verner di Irene Gianeselli si interroga, con slanci titanici, sul senso del suo esistere che riconduce inesorabilmente al gesto sempre incompleto, sempre inappagato, sempre provvisorio e, infine, impotente della creazione.

 

  Lui che non si era mai guardato in uno specchio è costretto a cercarsi e, talvolta a fatica, a riconoscersi nella propria arte.

  Così noi, che ogni volta, nell’atto teatrale, tentiamo come Verner una invincibile scalata, con negli occhi gli slanci aerei delle cattedrali gotiche e la certezza di portare la nostra zoppìa come un segno di elezione e di condanna.

Laura Piazza