UN PESCIOLINO

DAL MONOLOGO DI PIER PAOLO PASOLINI

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“E così per una z... zzzz... z... Prima sarà z... zzzz... z... poi poverina, potrà venire presa in considerazione anche lei come persona umana, magari. Ma sempre chiusa in quella cornice, in quello schema di ferro. Maledetti conformisti, idioti, TUTTI; TUTTI! Partite dall’essere umano! Considerate che per lui l’appartenere a una categoria è un’avventura unica al mondo e che accade per la prima volta nel mondo!”

NOTE DI

DRAMMATURGIA E REGIA

   Un pesciolino arriva nella drammaturgia di Pasolini intorno al 1957.

  Prima della grande rivoluzione del Teatro del Manifesto, Pasolini sperimenta il gioco puro, un tuffo verticale nella passione e nell’ideologia della ribellione tutta da conquistare in corpo di Donna.

 

  Tutt’altro che inconcludente, imperfetto o incompleto, questo testo raramente portato in scena che possiamo definire pressoché inedito (dal punto di vista puramente teatrale) è un unicum nella drammaturgia pasoliniana: non somiglia strutturalmente agli altri suoi testi.

Questo monologo è scritto in contrappunto, con una forza estrema che emerge da delicatezza, chiarezza strutturale e formale che sostengono un momento di vita oscuro, arrabbiato, che prende coscienza di sé disvelandosi nell’attesa di un fatto cruciale: il pesciolino è una allegoria, ciò che deve abboccare è la realtà in sé. Più che a Brecht, qui ci si potrebbe riferire alla staticità di Ionesco e anche di un certo Cocteau: quella monologante è una persona che cerca di dare un significato all’esistenza in un continuo moto di fuga dalla risoluzione, dal proprio equilibrio, tant’è che quando il pesce abbocca, esso ha una dimensione inaspettatamente sproporzionata rispetto al nomignolo rassicurante con il quale la protagonista lo evoca.

Pasolini anticipa Beckett, forse perché ne ha conosciuto Aspettando Godot (1952-1953), anticipa la scena angosciante e straniante di Giorni Felici (che andrà in scena solo nel settembre del 1961) in cui una donna (Winnie), è costretta ad evocare la vita conficcata nella terra dalla cintola in giù. Immobile, ossessiva, in costante replica e distacco dal sé, Winnie chiamerà costantemente un uomo che in scena non entrerà mai: la somiglianza con Un pesciolino è decisamente straordinaria.

 

  In Un pesciolino la Donna è mostrata in tutta la sua fragilità, balbettante, sospesa in se stessa, persa nelle trame della Storia che non ha la forza di rifiutare ma che pure ha compreso avendone provato nella carne le sofferenze, le privazioni e la più feroce delle negazioni: il diritto all’amore.

  Ma dalla privazione, dalla repressione degli istinti e dei desideri, viene la ribellione: l’acme di questo flusso di coscienza scandito dall’assenza irriverente del maschile, che pure interviene come voce umana, sta tutto in un discorso a lungo represso che si configura come un comizio liberatorio, antifascista e antinazista.

 

  Tutto il monologo trasuda un significato metaforico straniante: non si fa formalmente riferimento al sogno, perché esso stesso è un sogno in forma di ribellione.

  La persona in scena è una Donna che ha trent’anni ma vorrebbe mostrarne diciotto pur di trovare un marito, è interrogante e sfidante: cosa significa davvero essere donna in un mondo di uomini?

  La protagonista senza nome è Donna, scandalosamente contraddittoria, imprendibile come quel suono balbettato della “z” di zanzara e zitella che non può finire masticato tra i denti a nutrire ovvietà sentimentalistiche e banalità di sorta. È una Donna, questa, che però rivendica la propria umanità, una vittima che sa di essere vittima, ma anche una vittima che per resistere cerca di conformarsi fino all’estremo strappo finale nel quale decide di rinunciare allo status pur di essere, finalmente. Il mio lavoro drammaturgico parte da queste premesse, attraversa il testo e non lo altera, cerca il punto di incontro tra il passato e il presente con un innesto che mantiene la leggerezza della scrittura pasoliniana.

 

Irene Gianeselli

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IL MONOLOGO

 Il primo studio dedicato a Un pesciolino è andato in scena (con il permesso dell’erede di Pier Paolo Pasolini, la Prof.ssa Graziella Chiarcossi) nel 2019 nell’ambito della terza edizione del Festival Conversazioni – La letteratura è di scena (un progetto dell’Associazione culturale Felici Molti con il sostegno di Apulia Film Commission e Regione Puglia), con Irene Gianeselli e le musiche del drammaturgo napoletano Enzo Moscato. È stato un importante primo avvicinamento alla idea pasoliniana di Teatro e alla sua drammaturgia con un notevole riscontro di pubblico appassionato. Era necessario, però, proseguire lo studio con un rinnovamento degli sguardi e delle tensioni registiche e attorali e valorizzando l’unicità della voce drammaturgica di Pasolini con rigore e onestà. Per tale ragione, il progetto di spettacolo si inserisce nella bottega della Compagnia dei Felici Molti “Progetti Poetici Permanenti – Pier Paolo Pasolini” ideata dalla stessa Irene Gianeselli per celebrare nel 2022 il centenario della nascita del Poeta e creare uno spazio per la ricerca ispirata al suo Teatro. La bottega è diretta dall’attore e regista Luigi Mezzanotte.

Una Donna è sola in scena. Una scaletta su un lenzuolo blu, un pesciolino rosso di cartapesta e un microfono anni Cinquanta per cantare a voce piena. Un cabaret malinconico: in scena la protagonista canta e racconta, si ribella e si commuove, si arrabbia, tiene il suo comizio d’amore, soprattutto, mette in discussione il proprio ruolo sociale. La scena così denudata diventa feroce e onesta, illuminata senza pietismo. Tutto intorno è buio e freddo: il calore si concentra sulla protagonista che evoca la propria vita e cerca di fare diventare carne la propria ribellione nel breve soffio di un richiamo che non riceve risposta.

Illustrazione di locandina Mauro Vecchi

Video, foto e editing di Giose Brescia - Basement Pictures